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		<title>L’Italia non è la DDR</title>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C’era una volta la Stasi, l’istituzione che per quasi quarant’anni ha sorvegliato gli abitanti di tutta la Germania Est, registrando telefonate private e spingendo i cittadini alla delazione: al minimo sospetto si veniva denunciati alle autorità e da quel momento tutto veniva registrato. Ogni conversazione, ogni battito di ciglia, ogni incertezza. In quegli anni la diffidenza era all’ordine del giorno, tutti vedevano nel vicino di casa una probabile spia al servizio dell’Occidente, e così nel giro di poco tempo, segnalazione dopo segnalazione, quasi tutti gli abitanti della DDR si ritrovarono schedati dal Ministero per la Sicurezza di Stato. Ogni tanto in Germania si rispolverano certe vecchie abitudini (per esempio proponendo l’uso di “virus ministeriali” per sorvegliare l’attività sul web dei cittadini) ma per fortuna i tempi cambiano, la guerra fredda è finita da un pezzo e i metodi della Repubblica Democratica Tedesca sono soltanto un lontano ricordo.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è un film che racconta cosa accadeva nella Germania Est in quegli anni, <em>Le vite degli altri</em>, vincitore del Premio Oscar come miglior film straniero nel 2007. Oggi quel film è sulla bocca di chi difende la legge sulle intercettazioni voluta dall’attuale maggioranza. Ma il diritto alla privacy è una scusa, l’Italia di oggi non è la Germania di ieri e il governo dovrebbe avere ben altre priorità. Difendere la classe politica da intercettazioni selvagge che turbano l’ordine pubblico e, ancor di più, la vita dei sorvegliati, la cui reputazione viene così danneggiata, non rappresenta un’impellenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Giornalisti ed editori – nessuno escluso – sono da sempre responsabili per quello che scrivono e pubblicano. Ogni volta che qualcuno si è sentito offeso dalle parole di questo o di quel giornalista ha potuto ricorrere alla giustizia per lavare l’onta subita. Già oggi si arrivano a chiedere risarcimenti fuori da ogni logica, risarcimenti che non tengono conto dell’effettiva disponibilità economica di chi, qualora venisse reputato colpevole, dovrebbe mettere mano al portafoglio. Questi comportamenti uccidono l’informazione e obbligano al silenzio già molti giornalisti. Se non fosse certo di essere nel giusto, nessun editore – immaginate poi quello squattrinato – pubblicherebbe un’inchiesta-bomba sapendo di incorrere in dispendiose battaglie legali con richieste per danni che non stanno né in cielo né in terra. Dunque che senso ha spingere per pene ancora più severe? Non è così che si otterrà un giornalismo più responsabile, fermo restando poi che, per dirsi moderno, un Paese non può rinunciare né al diritto d’informazione né al diritto di critica.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ vero che molti Paesi prevedono già norme come quelle che verrebbero introdotte in Italia con questo decreto legge ma – ce lo ricorda la stampa estera – l’Italia non è un Paese come tutti gli altri. E’ un Paese dove la corruzione è all’ordine del giorno e dove la giustizia ha i suoi tempi. In Italia aspettare la fine delle indagini preliminari per dare notizia di uno scandalo significa tenere all’oscuro una cittadinanza già poco informata su questioni di rilevanza nazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Per tutte queste ragioni anche io mi schiero contro una legge che mira soltanto all’inasprimento delle pene e che finisce con l’obbligare al silenzio chi si occupa di informazione, una legge scellerata per cui si è chiesto persino il carcere ai cronisti, una legge con cui non si intende tutelare la privacy ma ritardare la circolazione di notizie scomode.<br />
L’Italia non è la DDR, semmai ricorda sempre di più la Russia di Putin…<br />
<strong><br />
Manfredi Pomar</strong><br />
(giugno 2010)</p>
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		<title>Cittadinanza attiva contro il punteruolo rosso</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jun 2010 11:46:13 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Vi risparmiamo lo sproloquio introduttivo sul punteruolo rosso. Diamo per scontato che sappiate di cosa si tratta dal momento che questo piccolo parassita ha già devastato il paesaggio palermitano e si appresta ora a distruggere le palme non solo siciliane ma di tutta la penisola. Se poi siete lettori di vecchia data, conoscete anche gli insuccessi in cui si sono imbattuti gli esperti nel tentativo di contrastare questa minaccia, insuccessi riportati puntualmente durante la passata gestione del giornale.</p>
<p>Per fortuna Palermo può contare su una cittadinanza che troppo spesso viene dipinta come insensibile verso i problemi della città ma che invece sa ancora dare prova di attaccamento al territorio. Vogliamo quindi segnalare un’iniziativa che, pur non risolvendo il problema del punteruolo rosso (questo resta un compito delle istituzioni e degli esperti), rappresenta un ottimo esempio di cittadinanza attiva.</p>
<p>A distanza di un anno dall’attacco del punteruolo rosso è infatti stato avviato un progetto di riqualificazione ambientale per restituire a viale Michelangelo un po’ di verde. I residenti della zona, in collaborazione con il Comune, per limitare il degrado di un’area dove prima svettava rigoglioso un palmeto, hanno deciso di donare alcune piante da interrare al posto delle vecchie palme.</p>
<p>Attualmente sono in corso i lavori di pulizia dell’area e, a causa di alcuni ritardi, l’impianto sarà pronto soltanto a partire dal prossimo settembre. Imprevisti a parte, quella di Viale Michelangelo resta una iniziativa lodevole, da promuovere e da ripetere in altre zone colpite dal terribile parassita. Laddove fallisce il mondo accademico, prova a metterci una pezza la cittadinanza…</p>
<p><strong>Matteo Ferrante</strong><br />
(giugno 2010)</p>
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		<title>Al bando i social network</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jun 2010 11:41:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[All’Università degli Studi di Catania siti come Facebook e Myspace non sono raggiungibili dalla rete Internet dell’Ateneo. L’applicazione di filtri, in qualche misura comprensibile, è la diretta conseguenza di una circolare del direttore amministrativo sull’Uso improprio di rete e computer d’ateneo, ma la decisione ha incontrato le (legittime) perplessità di studenti e professori.
Se da un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">All’Università degli Studi di Catania siti come Facebook e Myspace non sono raggiungibili dalla rete Internet dell’Ateneo. L’applicazione di filtri, in qualche misura comprensibile, è la diretta conseguenza di una circolare del direttore amministrativo sull’<em>Uso improprio di rete e computer d’ateneo</em>, ma la decisione ha incontrato le (legittime) perplessità di studenti e professori.</p>
<p>Se da un lato è giusto che gli Atenei si tutelino bloccando l’uso di programmi per lo scambio e la condivisione di materiale protetto da copyright (i cosiddetti programmi <em>peer to peer</em> oppure le piattaforme per lo <em>streaming </em>di file video), dall’altro è difficile giustificare la decisione di “oscurare” anche siti di social networking quali, appunto, Facebook e Myspace.<br />
Evitare un uso della rete per attività illecite come quelle legate alla pirateria è una scelta che muove da considerazioni valide, soprattutto sul piano legale, ma non può dirsi lo stesso delle altre limitazioni imposte dal direttore amministrativo, che sembrano partire invece da considerazioni arbitrarie ed errate. In base a quale ragionamento l’accesso ai social network rappresenterebbe un uso “improprio” della rete dell’Ateneo?</p>
<p>Anche se in molti nutrono seri dubbi sulla reale utilità dei social network, una cosa è certa: un’opinione soggettiva non dovrebbe mai influenzare la gestione di una rete messa a disposizione da un’istituzione pubblica. Si dirà che in molte imprese accade lo stesso, che questi siti sono filtrati per evitare che i dipendenti possano cercare distrazioni sul web anziché rimanere concentrati al loro posto di lavoro, ma può l’Università degli Studi di Catania essere considerata al pari di un’azienda privata?</p>
<p>Alcuni docenti dell’Università si appoggiano proprio a questi siti per avere un contatto diretto con i propri studenti, per condividere materiale didattico oppure per restare in contatto con colleghi di altre università. Se poi consideriamo che in molti ambiti di ricerca (scienze sociali, psicologia, psichiatria) gli studi si stanno concentrando, ormai da qualche anno, sull’uso delle nuove tecnologie, appare ancora più insensata la scelta di limitare l’accesso ai social network. Per non parlare poi dell’aspetto tecnico, che pur dovrebbe contare qualcosa in un Ateneo come quello catanese, che punta molto sull’informatica e sullo studio delle reti.<br />
Non sarà il Massachusetts Institute of Technology ma dall’Università di una città che si propone come polo tecnologico sarebbe giusto aspettarsi maggiore apertura verso certe novità.</p>
<p><strong>Sara Pennisi</strong><br />
(giugno 2010)</p>
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		<title>L’incubatore d’impresa: una risorsa per le PMI</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jun 2010 11:33:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il numero degli incubatori d’impresa presenti sul territorio continua a crescere, l’ultimo entrato in funzione è quello dell’Università di Firenze, con sede all’interno del polo tecnologico di Sesto Fiorentino. Ma cos’è esattamente un incubatore? Si tratta di una struttura all’interno della quale vengono raccolti progetti d’impresa innovativi con l’intenzione di accelerarne l’ingresso sul mercato e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il numero degli incubatori d’impresa presenti sul territorio continua a crescere, l’ultimo entrato in funzione è quello dell’Università di Firenze, con sede all’interno del polo tecnologico di Sesto Fiorentino. Ma cos’è esattamente un incubatore? Si tratta di una struttura all’interno della quale vengono raccolti progetti d’impresa innovativi con l’intenzione di accelerarne l’ingresso sul mercato e il superamento della fase di start up. I vantaggi per gli imprenditori sono molteplici, dalla condivisione degli spazi al supporto di esperti; viene anche favorito l’incontro con gli investitori, quindi l’accesso al credito, sempre più difficile da reperire in questi tempi di crisi.</p>
<p>In Italia, così come negli Stati Uniti e nel resto d’Europa, esistono diversi tipi di incubatori, sia di natura privata che pubblica, ma sono in particolare quelli nati all’interno del mondo accademico a rappresentare un fenomeno in espansione. Nessuna novità, in realtà: in Italia si assiste da tempo alla nascita di spin off universitari, nuove imprese che utilizzano conoscenze e risorse umane di atenei e centri di ricerca con lo scopo di generare un ritorno economico con l’entrata nel mercato. Il primo incubatore universitario italiano è stato l’Acceleratore d’impresa del Politecnico di Milano, nato nel 2000, ma oggi sono quasi quaranta gli atenei che possono contare su una struttura dedicata alle start up.</p>
<p>La Toscana in particolare rappresenta un ottimo esempio di sviluppo sinergico. L’incubatore del polo di Sesto Fiorentino – finanziato dall&#8217;ateneo, dall’UE, dalla Regione e dagli enti locali – condivide alcune funzioni con l’incubatore di Brozzi, gestito invece dal Comune di Firenze, e con il Centro per la ricerca e l&#8217;alta formazione di Prato. Potendo contare su una fitta rete di poli universitari, centri del CNR e istituti di ricerca eccellenti la Toscana rappresenta dunque un terreno favorevole alla nascita di piccole e medie imprese innovative, vero motore della ripresa economica.</p>
<p><strong>Manfredi Pomar</strong><br />
(giugno 2010)</p>
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		<title>L’eredità di Goya</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jun 2010 11:24:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Chiuderà alla fine di questo mese – il 27 giugno – la mostra che, in occasione del Semestre spagnolo di Presidenza dell’Unione Europea, ha portato in Italia grandi capolavori della pittura aragonese. “Goya e il mondo moderno”, è questo il titolo dell’esibizione ospitata presso il Palazzo Reale di Milano, una rassegna che attraverso più di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Chiuderà alla fine di questo mese – il 27 giugno – la mostra che, in occasione del Semestre spagnolo di Presidenza dell’Unione Europea, ha portato in Italia grandi capolavori della pittura aragonese. “Goya e il mondo moderno”, è questo il titolo dell’esibizione ospitata presso il Palazzo Reale di Milano, una rassegna che attraverso più di 180 opere – tra dipinti, incisioni e disegni – ricostruisce la relazione tra il celebre pittore spagnolo e gli artisti che si sono ispirati al suo lavoro nei due secoli successivi.</p>
<p>Il fallimento dell’<em>Ancien Régime </em>e la nascita di una nuova società, quella industriale; la scoperta della soggettività e l’affermarsi di un nuovo stile di vita incentrato sull’individualismo; gli aspetti più crudi di questo cambiamento: il terrore, la violenza. Quello presentato è un percorso tematico che si articola in tre diversi filoni ma diviso in cinque sezioni. La prima si concentra sul lavoro del tempo, l’arte ritrattistica; nella seconda sezione vengono invece mostrate scene di vita quotidiana, l’immediata conseguenza di questa scoperta della soggettività; l’aspetto comico, grottesco, di un’arte che diventa sempre più caricaturale, fa da spartiacque tra il realismo di Victor Hugo e la sezione successiva, interamente dedicata alla violenza; infine il grido: la figura è deformata, irriconoscibile, non è rimasto nulla di quei volti calmi, distesi, della tradizione ritrattistica, sono ormai maschere di terrore, è <a href="http://www.ateneopalermitano.it/old/7508/art10.htm" target="_blank">Bacon che fa ritorno tra le sale del Palazzo Reale</a>.</p>
<p>L’esposizione, curata da Valeriano Bozal e Concepción Lomba, ha visto la partecipazione di ben 62 enti prestatori, 15 i Paesi coinvolti nell’iniziativa. Goya è il punto d’inizio, Bacon quello di arrivo, ma lungo tutto il percorso si susseguono lavori di Delacroix, Klee, Kokoschka, Mirò, Picasso, Pollock e anche il nostro Guttuso, immancabile in una esposizione che sulla violenza, sulla carne, sviluppa parte del suo percorso tematico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>m. p.</strong><br />
(giugno 2010)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Goya e il mondo moderno</strong><br />
fino al 27 giugno 2010<br />
Milano, Palazzo Reale<br />
piazza Duomo, 12 Milano<br />
Orari mar – dom 9.30/19.30<br />
lun – 14.30/19.30 – gio e sab – 9.30/22.30<br />
Sito ufficiale:  <a href="http://www.ticket.it/goya" target="_blank">www.ticket.it/goya</a></p>
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		<title>Chiarimenti</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jun 2010 11:15:08 +0000</pubDate>
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Buongiorno,
ho letto l’editoriale dell’ultimo numero di Ateneo Palermitano, sul petrolio che si troverebbe sotto le Egadi. In un primo momento ho creduto che a scrivere non fosse un siciliano, chi conosce la bellezza della nostra terra non dovrebbe sostenere certi interessi. Dopo una breve ricerca ho appreso che l’autore dell’articolo è proprio un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Riceviamo e pubblichiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<hr />
<p style="text-align: justify;"><em>Buongiorno,<br />
ho letto <a href="http://www.ateneopalermitano.it/?p=270" target="_blank">l’editoriale dell’ultimo numero</a> di Ateneo Palermitano, sul petrolio che si troverebbe sotto le Egadi. In un primo momento ho creduto che a scrivere non fosse un siciliano, chi conosce la bellezza della nostra terra non dovrebbe sostenere certi interessi. Dopo una breve ricerca ho appreso che l’autore dell’articolo è proprio un giornalista “nostrano”. Non voglio offendere nessuno ma per me è un controsenso. Non ha visto che cosa sta accadendo negli Stati Uniti? Come può augurarsi che l’estrazione di petrolio avvenga anche nei nostri mari?<br />
Gradirei sapere come riesce a coniugare le due cose.</em></p>
<p><em>Laura Scimeca</em></p>
<hr />
<p style="text-align: justify;">La prima cosa che ci tengo a sottolineare è che non mi sento minimamente offeso da queste parole, anzi ringrazio la lettrice per aver voluto condividere la sua opinione con noi. Fatta questa premessa, credo che si sia frainteso il senso dell’articolo. Non mi interessava sollevare un polverone sul fatto se fosse giusto o meno estrarre petrolio vicino le coste siciliane; la mia critica era rivolta a chi avrebbe dovuto spendere qualche parola sulla questione e non l’ha fatto, nonostante – ulteriore aggravante – la “scoperta” in realtà fosse datata.</p>
<p style="text-align: justify;">Il sindaco di Favignana sta già cercando di coinvolgere il Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo – da buona siracusana se ne interesserà sicuramente – e sulla tutela ambientale delle Egadi si è scritto tanto, anziché unirmi al coro ho preferito inquadrare la questione da un’altra prospettiva. Io preferirei avere delle risposte dal Ministro dello sviluppo economico (posto tuttora vacante, dopo le dimissioni di Scajola): se proprio deve esserci questa attività d’estrazione qualcuno può spiegarmi perché non se ne sta occupando l’Agip Petroli, già attiva nell’area anni fa, ma la Shell? Per quale motivo l’Agip, all’epoca, ha poi abbandonato il progetto? Qual è l’effettiva situazione al largo delle Egadi? Nessuno sembra in grado di darmi risposte esaurienti in merito ed è questo silenzio che rimprovero.</p>
<p><strong>m. p.</strong><br />
(giugno 2010)<strong> </strong></p>
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		<title>Il piacere della (ri)scoperta</title>
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		<pubDate>Thu, 13 May 2010 16:10:20 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Tanti problemi affliggono l’Italia ma uno in particolare rallenta lo sviluppo del Paese: la scarsa disponibilità di risorse naturali. Con un’industria di trasformazione che deve fare i conti con una concorrenza sempre più agguerrita e un livello energetico che copre solo in parte il fabbisogno del territorio nazionale c’è poco da stare tranquilli. Anni fa esponevo le mie preoccupazioni al padre di un amico conosciuto durante gli studi universitari, vi lascio immaginare lo stupore quando raccontai a lui e alla sua famiglia che, in realtà, il petrolio da estrarre ci sarebbe.<br />
Faticavano a crederci. Forse sbagli, dicevano. E io imperterrito.</p>
<p>E’ di qualche settimana fa la notizia secondo cui una delle storiche sette sorelle del petrolio, la Shell, avrebbe individuato, sotto le Egadi, un ricco giacimento di petrolio. Il condizionale è d’obbligo, ma questo confermerebbe quanto avevo sostenuto un paio d’anni fa. Premesso che non ho i superpoteri né vie preferenziali per accedere a indiscrezioni di questo tipo, come potevo già esserne a conoscenza?</p>
<p>Semplice: si sta spacciando per nuova una notizia vecchia di anni. Evidentemente in Italia si ricicla di tutto, eccetto la spazzatura. Per quanto ne so – perdonate eventuali imprecisioni, ma all’epoca ero appena un ragazzino – l’Agip Petroli già nel 1994 aveva realizzato prospezioni e un pozzo esplorativo in quell’area, all’epoca si ipotizzava che il giacimento si estendesse fino alla Tunisia. La scoperta inoltre innescò una querelle tra Stato e Regione, di cui – se non erro – aveva scritto anche il Giornale di Sicilia. Poi il buio.</p>
<p>Dopo anni di silenzio, l’annuncio della possibile scoperta. O meglio, della riscoperta. Non saprei dire come mai una notizia di questa importanza sia finita nel dimenticatoio, ma quello che mi stupisce non è il tempismo di alcuni giornalisti nel riesumarla (proprio ora che si discute della terribile marea nera che ha colpito gli Stati Uniti). Mi chiedo semmai dove sono i docenti delle Università siciliane, i ricercatori, i geologi. Gli esperti, insomma. Dove sono quelli che prima di chiunque altro dovrebbero sprecare qualche parola sull’argomento? Ovviamente sono graditi anche interventi da parte della classe politica locale – per esempio per spiegare perché nessuno, prima della Shell, si è più interessato alla questione – ma temo che mi toccherà aspettare almeno altri sedici anni prima di ottenere una risposta…</p>
<p><strong>Manfredi Pomar</strong><br />
(maggio 2010)</p>
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		<title>Approvato il bilancio di previsione 2010</title>
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		<pubDate>Thu, 13 May 2010 16:08:19 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">A Palermo i conti dell’Università sono ancora in passivo, ma le prospettive per il futuro si fanno più rosee. L’anno scorso, a causa dei tagli al Fondo di finanziamento ordinario (FFO), non sono arrivati da Roma sette milioni di euro, eppure raggiungere il pareggio non sembra più un’ipotesi così lontana. Un paio di mesi fa Roberto Lagalla, l’attuale rettore, interrogato sul futuro dell’Università, si era mostrato ottimista; dopo l’approvazione del bilancio di previsione 2010 è più facile comprenderne le ragioni. Il passivo infatti resta consistente – il disavanzo si attesta sui 13 milioni di euro – ma i fondi necessari per il risanamento dell’Ateneo saranno coperti per metà dalla Regione, che ha recentemente approvato un finanziamento straordinario; l’altra metà serve invece ad ammortizzare una parte del debito delle passate gestioni.</p>
<p>Quella di Palermo comunque non è una azione di risanamento che si limita al contenimento della spesa. C’è spazio anche per nuovi investimenti. Torna così il finanziamento ordinario alla ricerca, a cui sono da aggiungere i fondi destinati ai Progetti di rilevante interesse nazionale.<br />
Miglioreranno anche i servizi, come confermato dall’investimento per il campus universitario e dal piano per la realizzazione di nuove sale studio.</p>
<p>L’Università degli Studi di Palermo può così diventare un esempio per tutte quelle Università – non sono poche – che si trovano ancora nel pieno di una crisi di bilancio. Dopo anni in fondo alle classifiche italiane, riuscirà finalmente l’Ateneo palermitano a risollevare le proprie sorti? La strada da seguire è stata tracciata, ora si tratta soltanto di seguirla.</p>
<p><strong>Matteo Ferrante</strong><br />
(maggio 2010)</p>
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		<title>Prossime alla chiusura 466 Scuole di specializzazione</title>
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		<pubDate>Thu, 13 May 2010 16:06:39 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dopo i tagli ai finanziamenti, i tagli ai corsi di laurea e i tagli ai ricercatori, una nuova ondata di tagli ministeriali stanno per abbattersi sull’Università italiana: è il caso delle Scuole di specializzazione delle Facoltà di Medicina. In ben 466 chiuderanno i battenti a seguito della riforma varata con il decreto Miur firmato lo scorso 5 febbraio; una razionalizzazione, questa, che in realtà non modifica né il numero di specializzandi né il costo che ognuno di loro comporta per gli Atenei, ma mira a una ottimizzazione della gestione.</p>
<p>Gli specializzandi confluiranno principalmente nelle scuole degli Atenei più grandi, a danno delle Università di minori dimensioni. La Sapienza di Roma, per esempio, aggregherà al suo interno ben 60 scuole; all’Università degli Studi di Catania chiuderanno in 12, ma è a e Foggia che spetta la maglia nera: ne perderà 20 su 21.</p>
<p>Già molti, tra docenti e rettori, hanno dichiarato guerra alla riforma, e, d’altra parte, non potrebbe essere diversamente: ogni intervento pubblico è redistributivo, ma ciò che in molti sembrano non accettare sono i criteri adottati per stabilire chi fosse degno di diventare capofila e chi invece dovesse essere aggregato. Questi i quattro parametri di valutazione: dotazione di docenti, volumi di attività della rete formativa, adeguatezza delle dimensioni della facoltà, assegnazione media di almeno tre contratti nel quinquennio 2003-2008.</p>
<p>Dulcis in fundo – requisito non vincolante – il numero degli iscritti alla scuola di specializzazione: ben 327 scuole contavano infatti soltanto uno specializzando. Vista sotto certi aspetti, riesce difficile pensare che una riforma di questo genere non fosse in qualche misura necessaria. Solo il tempo ci dirà se invece hanno ragione quanti ipotizzano che la riforma comporterà costi aggiuntivi per gli Atenei.</p>
<p><strong>Manfredi Pomar</strong><br />
(maggio 2010)</p>
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		<title>Start Cup: quando a competere sono le idee imprenditoriali</title>
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		<pubDate>Thu, 13 May 2010 16:04:14 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Lo scorso 16 aprile, presso il consorzio Arca, è stata presentata l’edizione 2010 di Start Cup, la business plan competition che, promossa dall’Università di Palermo, ogni anno premia le più innovative idee imprenditoriali sviluppate sul territorio. Per i tre migliori business plan sono previsti premi in denaro (15.000, 10.000 e 5.000 euro); i loro autori avranno invece la possibilità di partecipare alla finale del Premio Nazionale Innovazione, dove concorrono le idee imprenditoriali selezionate dalle Start Cup degli altri Atenei che aderiscono all’iniziativa.</p>
<p>Sia le Start Cup locali, sia il Premio Nazionale Innovazione contribuiscono ad accrescere la competitività del sistema produttivo nazionale, favorendo non solo la nascita di imprese innovative ma anche l’incontro tra impresa e finanza. Le business plan competition si ispirano infatti alla $100K Entrepreneurship Competition del Massachusetts Institute of Technology (MIT), una manifestazione che da vent’anni contribuisce allo sviluppo di start-up ad alto livello tecnologico negli Stati Uniti.</p>
<p>Il Premio Nazionale Innovazione è nato invece dal 2003, come manifestazione itinerante di rilevanza nazionale; l’edizione del 2010 – vale la pena ricordarlo – si concluderà proprio a Palermo, il prossimo 3 dicembre. Intanto, però, non ci resta che fare i migliori auguri agli autori dei progetti d’impresa che si sfideranno a livello locale. E chissà che la finale, giocata “in casa”, non riservi all’Università degli Studi di Palermo qualche piacevole sorpresa…</p>
<p><strong>m. p.</strong><br />
(maggio 2010)</p>
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