settembre-ottobre 2008 numero 80/81

attualità
C’era una volta l’Università
Com’era, com’è e come dovrebbe essere l’Accademia italiana
 

di  Quirino Paris

C’era una volta l’Università… Ed era di eccellenza. E c’erano le Scuole medie superiori che sfornavano studenti preparati - in maggioranza - ad accedere all’Università, qualsiasi fosse la loro origine sociale. Quella scuola bocciava gli studenti che non sapevano esprimersi ai minimi livelli determinati da professori che – in molti casi – avrebbero potuto insegnare all’Università. Quell’Università prevedeva e attuava gli sbarramenti: in alcune Facoltà (Ingegneria, Agraria) lo studente non poteva iscriversi ai corsi del terzo anno se non avesse superato tutti gli esami del primo biennio. Erano gli anni del “miracolo economico” che tanto – forse, troppo – orgoglio infuse nei comportamenti degli italiani.

Poi venne il Sessantotto con i suoi venti di emancipazione e liberazione (non libertà) che stabilirono nuovi rapporti tra professori e studenti, competenza e merito.
Professori gambizzati e voto politico furono i prodotti più travolgenti dell’Università di quei tempi. Il reclutamento universitario rimase bloccato per un decennio. Nacque così l’armata dei docenti universitari a contratto che non si sarebbe mai più esaurita nonostante le varie immissioni “ope legis” - dei decenni successivi - nei ranghi dei professori di ruolo. Si apriva l’era delle continue e contraddittorie riforme del sistema scolastico e universitario con l’ammissione di tutti gli studenti di qualsiasi Scuola media superiore a qualsiasi Facoltà. Non ci voleva molto per passare all’abolizione degli esami di riparazione in nome della pedagogia del vittimismo: l’idea che lo studente ripetente subirebbe danni irreparabili alla sua autostima. Oppure in nome di ridicoli calcoli economici: un ripetente costerebbe qualche migliaio di euro alle casse dello Stato. Di uno Stato che non esita a sperperare miliardi di euro su giornali che nessuno legge e su partiti politici formato famiglia.

Qual è il prodotto di un amministratore? La riorganizzazione degli uffici e delle strutture a cui è preposto. Senza riorganizzazione non esiste alcuna impronta visibile del suo passaggio. Ciascuna riorganizzazione comporta costi e ritardi. Soprattutto se l’amministratore che segue vuole disfarsi di quello che ha fatto il suo predecessore. In questi casi, il criterio delle pubbliche relazioni si impone quasi sempre ad ogni obiettivo di efficienza.
Negli ultimi vent’anni, parecchi ministri della Pubblica Istruzione si sono comportati secondo questo scriteriato modo di concepire la loro funzione. Tra tutte le riforme (riorganizzazioni), quella del ministro Zecchino (autonomia parziale) e quella del ministro Berlinguer (3 + 2) hanno dato il colpo di grazia al sistema universitario italiano. La cosiddetta autonomia universitaria – dissociata dalla corrispondente responsabilità finanziaria – è stata interpretata come la licenza per aumentare il numero dei professori (di ruolo e a contratto) – aumentando così il potere delle lobby attraverso un processo di colonizzazione del territorio che ha frammentato le Facoltà e i corsi di laurea in nome del falso obiettivo di rendere più accessibile l’Università agli studenti. La riforma Berlinguer - messa subito in dubbio da un profetico editoriale di "Ateneo Palermitano" - ha svuotato di contenuti e di metodo qualsiasi corso universitario e i titoli che ne conseguono.

Lo sconsolato e puntuale articolo di Pietro Citati su “la Repubblica” dello scorso 20 maggio parla di studenti universitari che non leggono più, dal momento che devono seguire corsi di poche settimane e che studiano su testi minuscoli e rabberciati, “miserabili librettucci, che raccontano in cento pagine la Storia delle Crociate o i Moralisti classici”.

C’era una volta l’Università… Ma quella Università non esiste più ed è inutile rimpiangerla. Secondo Citati, “… del vecchio edificio scolastico non resta più niente: tutte le tegole al suolo, muri maestri e pilastri divelti dal bulldozer, mattoni in briciole, fango, poltiglia e, sopra la immensa rovina, una fittissima nube di tenebra”.
La sua ricetta: “… la Riforma Berlinguer va radicalmente riformata. Dobbiamo ripristinare i grandi corsi, lunghi sei o sette mesi, sugli argomenti fondamentali della conoscenza. Gli studenti devono tornare a leggere. Se qualcuno studia letteratura greca, o storia del pensiero economico, o storia della filosofia, tremila (non duecento) pagine di testi sono appena sufficienti”.

Considerazioni necessarie per il rinnovamento dell’Università italiana ma – a nostro giudizio - incomplete. Quale strategia potrebbe dare i risultati auspicati da Pietro Citati? Innanzitutto, una riforma che ammetta seri e sostanziosi incentivi e disincentivi per gli individui e per le Istituzioni, erogati mediante valutazioni di organismi terzi. In secondo luogo, non sembra possibile che il sistema universitario, nel suo complesso, ritorni spontaneamente sui suoi passi e ricostituisca i “grandi corsi con le tremila pagine di testi”.
Ad essere ottimisti, può darsi che esista qualche Ateneo disposto a seguire le raccomandazioni di Citati. Ma, per realizzarle, avrebbe bisogno di una più ampia autonomia di quella esistente e, soprattutto, la possibilità di competere pienamente con tutti gli Atenei italiani che – nel quadro istituzionale vigente - hanno scelto unanimamente la strategia al ribasso, quasi ci fosse tra loro un tacito, interessato e tragico accordo per massimizzare l’entropia del sistema educativo, nel senso descritto da Citati.

La competizione tra Atenei richiede un prodotto differenziato, cioè una proposta di corsi di laurea che venga accettata e riconosciuta nella sua eccellenza sia dagli studenti, sia dal mercato. Ma questa differenziazione non può avvenire senza abolire il valore legale della laurea – lo sottolineo ancora una volta come in altre occasioni mi è capitato di fare - che mantiene una falsa equipollenza dei titoli tra tutti i 94 Atenei italiani e dà ai direttori generali del Ministero un potere discrezionale spropositato. Sono essi, infatti, che preparano le carte per conferire il riconoscimento ufficiale – alle volte rasentando il conflitto di interesse - ai nuovi Atenei sia pubblici, sia privati, sia telematici, senza la garanzia di un livello scientifico e culturale adeguato.

L’abolizione del valore legale della laurea è il volano necessario per scuotere il sistema dall’inerzia in cui si trova. Una volta fatto questo passo, sarà molto più facile introdurre gli incentivi e i disincentivi a livello individuale e la valutazione della produttività personale sganciando gli stipendi dall’anzianità di servizio. Queste innovazioni sono – finalmente – alla portata del sistema educativo italiano dal momento che Mariastella Gelmini ha firmato un peana del merito poco prima di assumere l’incarico di nuovo ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e nonostante che il suo collega Tremonti abbia oscurato l'orizzonte di un vero rinnovamento dell'Università italiana con il suo Decreto Legge 112 convertito in Legge 133/2008.

Pietro Citati, dunque, non è necessariamente un profeta che grida nel deserto. Si può pensare che esista effettivamente una strategia realistica ed efficace per rinnovare il sistema universitario italiano.
Il problema della sua realizzazione sta esclusivamente nella volontà politica del nuovo governo (con l’appendice del Parlamento) e della casta dei professori universitari che governa gli Enti pubblici chiamati Atenei.
 

 


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