novembre-dicembre 2008 numero 82/83

attualità
Ambienti di lavoro e cancro: occorre rivedere il rapporto
causa – effetto in materia di sicurezza
Serve una maggiore correlazione tra i fattori di rischio reale e le regole riconosciute ed applicate dalla normativa vigente
 

di  Barbara Bosco

nella foto: Un Laboratorio farmaceutico

La Procura di Catania, dopo avere ipotizzato un caso di inquinamento dell’edificio 2 della Cittadella universitaria catanese e dopo avere disposto il sequestro preventivo di quell’immobile, ha anche ipotizzato il reato di omicidio e lesioni colpose ai danni di alcuni dipendenti in servizio presso quel plesso e, conseguentemente, ha iscritto nel registro degli indagati i nomi di nove dipendenti dell’Ateneo catanese coinvolti a diverso titolo nella vicenda.
Non entriamo nel merito della notizia di cronaca – peraltro ampiamente pubblicizzata dai media locali e nazionali – che, ci auguriamo, sia meno grave di quanto facciano supporre le ascritte ipotesi di reato.

Fermo il principio della presunzione di innocenza per gli indagati sino a quando non ne venga provata la colpevolezza, speriamo che venga fatta piena luce sulle cause della neoplasia che ha portato alla morte il giovane ricercatore Emanuele Patanè. Una morte che i familiari mettono in relazione diretta con la supposta inosservanza, da parte della struttura, delle norme di sicurezza legate alle attività del Laboratorio del Dipartimento di Chimiche farmaceutiche dove prestava servizio il ricercatore, ospitato nell’edificio posto sotto sequestro.
Una convinzione, quella dei familiari del ricercatore, che poggia su un articolato atto d’accusa redatto dallo stesso dr. Patanè prima del tragico epilogo della sua vicenda clinica.
Una denuncia, quella dei familiari del dr. Patanè, che ha insinuato nei magistrati catanesi il dubbio di trovarsi di fronte a un ennesimo caso di morte bianca, di morte avvenuta per causa di lavoro.
Pur non entrando nel merito dei fatti, prendiamo spunto dalla vicenda che vede al centro la Facoltà di Farmacia dell’Ateneo catanese e quanto recentemente avvenuto nel Liceo di Rivoli (crollo di un controsoffitto e morte di uno studente), per rimarcare un allarme che, per ammissione dello stesso responsabile della Protezione Civile on. Bertolaso, sembra avere una base più ampia di quanto non sia dato sospettare.

Sono sicure le nostre scuole? Sono sicure le nostre Università?
Il D.Lgs. 626/94 recentemente trasfuso nella sua interezza nel D.Lgs. 81/08 (Testo unico sulla sicurezza), era stato concepito e varato per dare una risposta affermativa ad entrambe le domande, ma – lo testimoniano i recenti fatti di cronaca – sembra che i timori e i rimedi predisposti dal legislatore, a quattordici anni dal varo delle norme, non siano stati sufficienti.

Nel caso della scuola, troppo frammentate le responsabilità (da suddividere tra Ministero, Province, Comuni ed Istituti) e le risorse; insufficienti e non “terze” le responsabilità assegnate invece dagli Atenei agli Istituti interni che sono stati preposti al controllo della sicurezza nei posti di lavoro.

Non è questa la sede giusta per processi e recriminazioni: vogliamo tuttavia porre in evidenza quella che – a un più attento esame – potrebbe rivelarsi come una pericolosa dicotomia tra la legge e la sua corretta applicazione.
Sarebbe infatti opportuno (senza deresponsabilizzare capi di Istituto ed Enti proprietari) che venisse comunque demandato ad un unico Ente per tutto il territorio nazionale (perché non la Protezione Civile stessa?) l’onere di procedere a periodiche ispezioni sia nei plessi scolastici, sia nelle Università.
E troppo datate sembrano, al contempo, le stesse norme del D.Lgs 81/08 soprattutto in tema di radiazioni non ionizzanti, che in Italia non hanno ancora trovato le stesse cautele varate da altri Paesi extra-europei (per esempio, l’Australia) ed europei (Gran Bretagna, Germania, Svezia, Svizzera) o da alcune regioni italiane più sollecite nella prevenzione come l’Emilia Romagna, la Toscana e il Veneto.
Cautele che dovrebbero spingere Aziende private e soprattutto Enti pubblici a provvedere alla bonifica dei locali in cui dovessero venire riscontrati campi elettromagnetici ricompresi tra gli 0,2 e gli 1,2 microtesla, che gli esiti di un numero sempre crescente di studi scientifici ritengono nocivi alla salute perché interagenti – in modo significativo – con il nostro sistema immunitario che, se minato, potrebbe non essere in grado di debellare sul nascere l’insorgenza di altrimenti solo potenziali neoplasie.

Proprio nel rispetto di una politica di “prudente cautela” volta ad evitare eventuali fattori di rischio per la popolazione – e che vorremmo i nostri governanti facessero propria – nel 2001, il Tribunale dello Stato del Queensland (Australia), ha stabilito che i campi elettromagnetici non possano superare il limite dei 0.4 microtesla.

Se tre regioni italiane già nel 2000 – limitatamente a questo fattore di rischio – hanno disposto che tutte le nuove installazioni in grado di generare campi elettromagnetici costruite in vicinanza di asili, scuole, ospedali, abitazioni e luoghi dove la gente passa più di quattro ore al giorno, non possano superare il limite di 0.2 microtesla, non si vede perché analoga prevenzione non possa essere disposta dal legislatore su tutto il territorio nazionale.

Al di là di ciò che risulterà in ambito processuale a Catania per quanto avvenuto nel Laboratorio della Facoltà di Farmacia, crediamo che in ambito di prevenzione nella Scuola, nelle Università e nei posti di lavoro in genere, occorra fare più di quanto fatto sinora.
Facciamo sì che il sacrificio di tanti porti in futuro a salvare un numero sempre maggiore di vite umane.
 


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