maggio-giugno 2009 numero 88/89

attualità
Bufera all’Università di Catania
 
Il rettore decide di destinare i finanziamenti solo ai docenti che producono
e in più cancella corsi a Ragusa, provocando le proteste pubbliche
del Consorzio Universitario

di f. p.

nella foto: Il rettore dell’Università di Catania Antonino Recca

Che qualcosa bolliva nella pentola dell’Università di Catania l’avevamo capito già ai tempi della lettera aperta a “la Repubblica” del prof. Isidoro Di Carlo, anche se qualche docente dell’entourage del rettore Antonino Recca ha cercato di convincerci del contrario. Ora però è ufficiale: in realtà la classifica di produttività dei docenti dell’Ateneo esiste davvero (con buona pace di chi aveva tentato di secretare la notizia) e condiziona pure la destinazione dei fondi.

Il motivo di questi maldestri tentativi di secretazioni? Non è difficile capirlo: cercare di salvare la faccia pubblica ai baroni fannulloni, cioè a tutti quei professoroni dell’Ateneo che per anni si sono adagiati sugli allori non producendo più nulla, troppo presi dall’esercizio del potere per poter pensare alla produttività al fine di implementare il loro curriculum e di dare un contributo concreto alla ricerca. Docenti spesso con zero titoli che finora hanno ritenuto automatica l’assegnazione di fondi solo per il nome che portavano: chi avrebbe osato discutere davanti a certe dinastie ben note dentro e fuori l’Ateneo?

Ebbene sì, qualcuno ha osato. E questo qualcuno ha la chioma fulva e i modi spicci del rettore, che proprio riferendosi alla qualità delle ricerca di tutti quei blasonati docenti ad Antonio Rossitto di “Panorama” che gli ha chiesto notizie su quello che hanno prodotto ha sinteticamente risposto: “L’acqua calda”. Ed è stato fin troppo gentile nei loro confronti perché l’acqua calda prevede un sistema di riscaldamento che sicuramente quei docenti usano (ma per lavarsi le coscienze ci vorrebbe ben altro), ma di cui probabilmente non conoscono nemmeno l’esatta tecnica di produzione, a meno di non essere esperti del settore.
Così hanno collezionato, su quella famosa “graduatoria di merito” di cui parlava Di Carlo, una sfilza di punteggi bassi che li hanno fatti classificare come “non operativi”.

Un disdoro per l’Ateneo, ma soprattutto per ciascuno di loro, specie per quelli dell’area sanitaria – alla faccia della sensibilità nei confronti della ricerca medica – 110 dei quali, su 402, secondo il Catalogo d’Ateneo non hanno scritto nulla che meritasse di essere citato su riviste scientifiche internazionali. E c’è addirittura pure qualcuno di loro (come Santa Salvo, ordinario di Igiene Generale, come scrive Rossitto) che considera l’invio delle pubblicazioni a queste riviste “una smania"). Come se lo scopo non fosse di mettere a conoscenza la comunità scientifica dei contributi più innovativi, ma di accarezzare il proprio ego di docente. Motivazione che potrebbe pure esserci, nessuno lo nega, ma in questi casi non serve andare troppo per il sottile.

Dunque il combattivo rettore, sulla soglia dei sessant’anni e al suo secondo mandato, prima ha costretto i suoi docenti a uscire allo scoperto obbligandoli a inserire le loro pubblicazioni sul Catalogo d’Ateneo, poi ha esaminato i dati e dopo ha tirato le somme. Risultato? Assegnazione dei fondi solo ai più produttivi. “Prima non esisteva alcuno strumento di valutazione – ha spiegato a Rossitto – ora, oltre alla qualità del progetto, pesano anche le pubblicazioni. La graduatoria è un fatto innovativo su cui continueremo a lavorare”.

Non solo. Recca, mosso da sacro furore, ha anche deciso di cancellare diversi corsi di laurea di Agraria, Giurisprudenza, Lingue e Medicina del Consorzio Universitario di Ragusa. Il provvedimento partirà dal prossimo anno accademico. La decisione, unilaterale, ha naturalmente scatenato proteste a diversi livelli e la guerra è più che mai aperta, col Consorzio che ha deciso di rivolgersi al Tar e alla giustizia ordinaria.

Quanto alla “graduatoria di merito”, non sappiamo se l’esempio catanese verrà seguito a ruota da tutti gli altri Atenei per la verità ancora immobili su questo fronte, quello che campanilisticamente ci auguriamo è che il mondo accademico siciliano, una volta tanto, possa dare un segnale di rinnovamento, in controtendenza rispetto al resto del mondo accademico nazionale. E’ chiedere troppo? Forse. Ma i venti di rinnovamento alle poltrone rettoriali (e ci riferiamo a Palermo, naturalmente) fanno ben sperare. Speriamo di non rimanere delusi.


 


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